Synthetic Performer


Il Synthetic Performer è un sistema informatico per esecutore virtuale, capace di fornire un accompagnamento dal vivo durante le esecuzioni che coinvolgono strumenti tradizionali.

Le premesse – Nello sviluppare questo sistema, Barry Vercoe parte dall’osservazione dei processi che si attuano nelle esecuzioni con strumenti tradizionali. Tra i diversi esecutori si instaura, sotto forma di rapporto empatico, un continuo scambio di informazioni alimentato dall’ascolto reciproco delle diverse parti. Questo processo si complica nel momento in cui si prendono in considerazione esecuzioni che integrano l’uso del nastro magnetico. In questo caso viene a mancare quel rapporto di empatia e l’esecutore si limita a un ascolto attento del tempo di velocità del nastro magnetico per poter sincronizzare la propria esecuzione, con la consapevolezza di non poter far affidamento su alcun aiuto da parte dell’impianto tecnologico. Rispetto a questa problematica Vercoe si chiese se, e come, fosse possibile trasferire in un ambiente esecutivo ibrido, cioè costituito da esecutori reali e tecnologici, quell’interazione empatica poc’anzi accennata.

Cenni storici – Barry Vercoe, prima del Synthetic Perfomer, aveva iniziato a lavorare sullo sviluppo di sistemi informatici per il tempo reale. Nel 1971 aveva lavorato al M.I.T. sulla progettazione di un sintetizzatore digitale orientato verso l’uso dal vivo. Nel 1973 quest’attività fu portata avanti con la collaborazione di alcuni tecnici dei laboratori Lincoln. Il lavoro non fu portato a termine ma tutta quest’esperienza avrebbe fornito i principi basilari da cui partire per le successive ricerche. All’inizio degli anni Ottanta, Vercoe fu chiamato a Parigi perchè l’IRCAM gli commissionò un lavoro di computer music che integrasse il flauto di Lawrence Beauregard (in quegli anni flautista nell’Ensemble Intercontemporaine) con il processore 4X di Giuseppe Di Giugno.[1] Nel frattempo Beauregard e Miller Puckette avevano già tentato l’utilizzo del flauto in combinazione con il 4X.[2]

Il progetto – La programmazione del Synthetic Perfomer fu approntata in linguaggio C per il computer PDP-11/55 che controllava il processore audio 4X.[1] Oltre al processore dell’Ircam, la sperimentazione fu condotta preventivando un utilizzo del sintetizzatore digitale Yamaha DX7 al posto del 4X.[3] Dal modello dell’esecuzione strumentale furono individuati tre moduli operativi da sviluppare in ambito informatico: Ascolto, Esecuzione e Apprendimento. Durante l’esecuzione il computer doveva essere in grado di catturare ed analizzare informazioni in fase di svolgimento, in particolare individuare la velocità d’esecuzione, la dinamica e la posizione rispetto alla partitura (Ascolto), sincronizzare la propria esecuzione con quella dell’esecutore (Esecuzione), registrare errori di esecuzione o difficoltà di esecuzione e memorizzarne i dati, per una futura applicazione (Apprendimento). Il computer fu programmato per gestire tutte queste situazioni ma la terza, relativa all’apprendimento, non fu mai abilitata durante i vari esperimenti, in quanto comportava alcune complicazioni.[1] L’apparato tecnologico, invece, prevedeva alcuni sensori ottici applicati ai tasti del flauto, inoltre dei microfoni, collegati a filtri digitali, che catturavano l’esecuzione al flauto. Tutto questo permetteva di ricavare le informazioni rispetto alla velocità di esecuzione e le frequenze emesse. Attraverso queste informazioni, e con l’utilizzo di una partitura precedentemente memorizzata, il computer era in grado di poter eseguire parti che fossero coerenti con quella dell’esecutore, sul piano armonico e su quello temporale.

La presentazione – Nel 1984, in occasione dell’International Computer Music Conference di Parigi, all’Ircam, Veroce e Beauregard presentarono il loro progetto alla comunità internazionale. Di seguito è possibile guardare una porzione del video dimostrativo preparato per l’occasione. Beauregard esegue una Sonata per flauto di George Frideric Handel con il computer all’accompagnamento che utilizza suoni sintetizzati tipo clavicembalo.[2]

Altri esperimenti furono condotti anche su opere di Bach e con la Sonatine per flauto e pianoforte (1946) di Pierre Boulez, così da dimostrare l’efficacia del Synthetic Performer anche nei contesti esecutivi della musica contemporanea.

Ritorno negli Stati Uniti – Una volta tornato negli Stati Uniti Vercoe approntò una nuova versione del Synthetic Perfomer riadattandolo per i computer Apple Macintosh II del M.I.T, dove fu operativo fino ai primi anni Novanta. Infine, va ricordato, che diverse parti del Synthetic Performer, essendo basato su C, furono in seguito riutilizzate da Vercoe per sviluppare Csound.[2]

 

 

Per scrivere questa voce ho letto:

[1] Barry Vercoe, The Synthetic Performer in the Context of Live Performance, Proceedings of the International Computer Music Conference, Paris, 1984.
[2] Barry Vercoe, Foreword in The Csound Book, a cura di Richard Boulanger, The Mit Press, New York, 2000.
[3] Barry Vercoe, Miller Puckette, Synthetic Rehearsal: Training the Synthetic Perfomer, Proceedings of the International Computer Music Conference, Vancouver, 1985.
[4] Barry Vercoe, Synthetic Listeners and Synthetic Performers, International Symposium Computer World, Kobe – Giappone, 1990.

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