La colonna sonora di Queer: quando la musica degli anni 90 incontra il Messico degli anni 50

La colonna sonora di Queer, l’ultimo film di Luca Guadagnino, rappresenta uno degli elementi più distintivi e discussi dell’opera cinematografica. Attraverso scelte musicali audaci e apparentemente anacronistiche, il regista italiano ha costruito un ponte sonoro tra epoche distanti, creando un’esperienza emotiva che amplifica la narrazione visiva e la profondità psicologica dei personaggi.

Il contesto del film: amore e alienazione nel Messico degli anni ’50

Queer è l’adattamento cinematografico dell’omonima novella semi-autobiografica di William S. Burroughs, scritta nei primi anni Cinquanta ma pubblicata solo nel 1985. Il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, vede Daniel Craig nei panni di William Lee, alter ego dello stesso Burroughs: un veterano americano della Seconda Guerra Mondiale che vive a Città del Messico nel 1950, sopravvivendo grazie a lavori saltuari e ai benefici del GI Bill.

Lee è un uomo segnato dalla solitudine esistenziale, che frequenta i bar della comunità di espatriati americani omosessuali nella capitale messicana. La sua vita cambia quando incontra Eugene Allerton (interpretato da Drew Starkey, noto per Outer Banks), un giovane ex marinaio per cui sviluppa un’ossessione totalizzante. La storia si dipana tra le strade di Città del Messico e le giungle dell’Ecuador, dove i due si avventurano alla ricerca dello yagé (ayahuasca), una potente sostanza allucinogena che Burroughs credeva potesse conferire poteri telepatici.

Nel cast figurano anche Jason Schwartzman, Lesley Manville nei panni della Dottoressa Cotter, il cantante Omar Apollo e Henrique Zaga. Il film esplora temi universali come il desiderio non corrisposto, l’identità queer in un’epoca ostile, la dipendenza emotiva e la ricerca disperata di connessione umana in un mondo alienante.

Gli autori della colonna sonora: Trent Reznor e Atticus Ross

La colonna sonora originale di Queer porta la firma di Trent Reznor e Atticus Ross, duo ormai consolidato nel panorama delle musiche per il cinema. Si tratta della loro terza collaborazione con Luca Guadagnino, dopo Bones and All (2022) e il celebrato Challengers (2024), che ha valso loro il Golden Globe nel 2025.

Reznor, fondatore e frontman dei Nine Inch Nails, e Ross, divenuto membro ufficiale della band nel 2016, hanno costruito una carriera cinematografica straordinaria. Il loro sodalizio artistico iniziò nei primi anni 2000, ma fu con la colonna sonora di The Social Network (2010) di David Fincher che raggiunsero il grande pubblico, vincendo l’Oscar per la Miglior Colonna Sonora Originale. Da allora hanno collezionato numerosi premi, tra cui un altro Oscar per Soul della Pixar (2021), insieme a Jon Batiste, e un Grammy per The Girl with the Dragon Tattoo (2013).

Per Queer, Reznor e Ross hanno composto uno score di 16 tracce, pubblicato il 6 dicembre 2024 da Milan Records. La partitura originale spazia da atmosfere eteree e malinconiche a momenti di tensione quasi insostenibile. Brani come “Pure Love”, con archi e pianoforte, diventano personaggi silenziosi che avvolgono emotivamente Lee e Eugene, mentre tracce come “Vaster Than Empires” – eseguita con il leggendario cantante brasiliano Caetano Veloso e con testi tratti dall’ultimo diario di Burroughs – chiudono il film con un’epifania sonora che esplora amore, dissoluzione e fine dell’io.

In un’intervista a GQ, Reznor ha spiegato l’approccio al progetto: “Quello che è diventato chiaro quando abbiamo accettato di fare Queer è quanto il libro significasse per Luca. È stato uno degli elementi che, nei suoi anni formativi, ha contribuito a definirlo e ha avuto un ruolo molto importante in chi è e come si vede. Sapevamo che questo non sarebbe stato un progetto leggero. Ha un peso emotivo reale per Luca”.

La collaborazione ha prodotto anche “Te Maldigo“, una canzone in spagnolo interpretata da Omar Apollo (che recita anche nel film), co-scritta da Reznor, Ross e Apollo stesso. Originariamente pensata per essere cantata dal personaggio di Apollo in un bar, la scena è stata tagliata durante il montaggio, ma il brano è stato successivamente pubblicato come singolo il 21 novembre 2024.

Anacronismo musicale: 1950, i Nirvana e il grunge

Uno degli aspetti più sorprendenti e discussi della colonna sonora di Queer è l’uso deliberato di musica completamente anacronistica rispetto all’ambientazione temporale del film. Mentre la storia si svolge negli anni Cinquanta, Guadagnino inserisce brani rock, grunge e alternative degli anni Ottanta e Novanta, creando un cortocircuito temporale che, lungi dall’essere un errore, diventa uno strumento narrativo potentissimo.

Il film si apre con la cover di “All Apologies” dei Nirvana interpretata da Sinéad O’Connor, estratta dall’album Universal Mother del 1994. La versione della cantante irlandese, registrata pochi mesi dopo il suicidio di Kurt Cobain nell’aprile 1994, trasforma il grunge anthem in una ballata acustica eterea e straziante. Le parole “What else should I be? / All apologies / What else should I say? / Everyone is gay” funzionano come una dichiarazione di intenti, un’ouverture che anticipa la natura del racconto: l’accettazione di sé stessi nella propria differenza, con tutti i limiti e le contraddizioni.

La scelta non è casuale. Come ha spiegato lo stesso Guadagnino in conferenza stampa, esiste un legame diretto tra Kurt Cobain e William Burroughs. I due si conobbero nel 1993 e svilupparono un’amicizia genuina, arrivando a collaborare per il singolo sperimentale “The ‘Priest’ They Called Him”, pubblicato su Tim/Kerr Records. Cobain aveva scoperto l’opera di Burroughs durante l’ultimo anno di liceo e lo scrittore beat era diventato una delle sue principali influenze. I due si incontrarono nella casa di Burroughs a Lawrence, Kansas, dove si intrattenevano sparando con il fucile nel giardino e discutendo di arte e letteratura.

“Kurt Cobain è stato un artista immenso che ha vissuto per tutta la vita, fino al suicidio nel 1994, con un dolore cosmico addosso, convivendo con un profondo sentimento di depressione”, ha dichiarato Guadagnino. “Sapevo che Cobain era stato vicino a William Burroughs non solo idealmente, ma anche perché lo conobbe. I due diventarono amici. Quindi ho visto questo ponte che univa un guru fuori dal tempo come Burroughs con la Generazione X, ma devo dire che la musica dei Nirvana è incredibilmente presente anche nella Generazione Z. Da qui siamo partiti con la music supervisor, Robin Urdang, facendo in modo che il dolore di Cobain potesse diventare il partner emotivo del personaggio di William Lee interpretato da Daniel Craig”.

Nel film si ascoltano tre brani dei Nirvana: la cover di “All Apologies” nei titoli di testa, “Come As You Are” in una sequenza chiave che evoca l’atto sessuale come specchio dell’identità, e “Marigold”. Quest’ultima scelta è particolarmente significativa: “Come As You Are” contiene il verso famoso “I swear that I don’t have a gun”, che si carica di ironia quando Lee cammina per le strade di Città del Messico con la pistola al fianco, in una lotta interiore con se stesso piuttosto che con il mondo esterno.

Accanto ai Nirvana, la colonna sonora include brani dei New Order (“Leave Me Alone”, del 1983), due tracce di Prince (“17 Days” nella versione Piano & A Microphone del 1983 e “Musicology”), e, sorprendentemente per il contesto internazionale, musica italiana: i Verdena.

Spazio alla musica italiana: Verdena a Città del Messico

Una delle scelte più audaci e romantiche di Guadagnino è stata l’inserimento di due brani dei Verdena, band alternative rock italiana formata a Fidenza nel 1995. Nel film si ascoltano “Sui Ghiacciai” e “Puzzle”, entrambe tratte dall’album omonimo del 1999, suonate nello Ship Ahoy, il locale di Città del Messico frequentato da William Lee. Due pezzi che personalmente ritengo tra i momenti più alti della loro carriera.

“La scelta dei Verdena è stato anche un gesto romantico da parte mia perché sono una band amata da gente che amo”, ha confessato il regista. “Quindi abbiamo messo ‘Sui Ghiacciai’ nello Ship Ahoy, il locale di Città del Messico frequentato da Lee. La cosa che mi ha molto colpito è stata quante persone negli Stati Uniti abbiano amato quel pezzo. Chissà che il film non apri loro un nuovo territorio”.

I Verdena rappresentano per Guadagnino un legame personale e intimo con la propria cultura musicale. Il testo di “Sui Ghiacciai”, con il verso “perdersi è un’agonia”, diventa un leitmotiv che risuona perfettamente con la condizione esistenziale di Lee: perduto nella propria identità, nel desiderio, nell’ossessione per Allerton. È un ponte emotivo che collega la solitudine universale attraverso continenti e decadi.

L’inserimento di musica italiana in un contesto americano-messicano degli anni Cinquanta rappresenta anche un atto di rivendicazione culturale: Guadagnino porta la propria sensibilità italiana nel cuore di una storia americana, creando un dialogo interculturale attraverso la musica. Il grunge italiano, con la sua intensità emotiva e la sua estetica cruda, dialoga perfettamente con il grunge di Seattle e con l’esistenzialismo beat di Burroughs.

La presenza dei Verdena nel film ha effettivamente aperto nuovi orizzonti al pubblico internazionale. Molti spettatori americani hanno scoperto la band grazie a Queer, dimostrando come il cinema possa fungere da veicolo di diffusione culturale e musicale al di là dei confini nazionali.

Dopo la scelta dei Nirvana e dei Verdena, il regista e la music supervisor Robin Urdang hanno ampliato la selezione esplorando “cosa c’era stato prima e cosa dopo di loro nella storia del rock”. Questa ricerca ha portato all’inclusione non solo dei New Order e di Prince, ma anche di jazz classico (Benny Goodman con “Darktown Strutters Ball”, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Max Roach e Charles Mingus in “Perdido”), e perfino di Radiohead con “Talk Show Host”, brano del 1996.

La musica diventa personaggio: una grande forza evocativa

Al di là dell’anacronismo, ciò che rende la colonna sonora di Queer così potente è la sua capacità evocativa. La musica non è mai didascalica o meramente decorativa, ma funziona come un personaggio aggiuntivo che dialoga corpo a corpo con gli attori e con le immagini.

“In generale nel mio lavoro la musica ha sempre un ruolo molto importante anche se, paradossalmente, la mia ambizione ultima sarebbe invece quella di riuscire un giorno a girare un film totalmente senza colonna sonora”, ha dichiarato Guadagnino. “Per ora però, ogni volta che giro un film l’istinto è quello di avere una colonna sonora che abbia il peso specifico di un personaggio. Non solo, che faccia anche una sorta di corpo a corpo con i personaggi e con gli attori sullo schermo”.

Questa filosofia trova piena realizzazione in Queer. La musica lavora su livelli multipli: amplifica le emozioni dei personaggi, crea contrasti stranianti con le immagini, suggerisce stati d’animo nascosti, e soprattutto crea un ponte tra l’epoca della storia e la sensibilità contemporanea dello spettatore.

L’anacronismo musicale serve proprio questo scopo: rende universale e atemporale il dolore di Lee, la sua alienazione, il suo desiderio. Quando ascoltiamo i Nirvana in una scena ambientata nel 1950, non stiamo vivendo una dissonanza cognitiva, ma piuttosto un’amplificazione emotiva. Il grunge degli anni Novanta, con il suo senso di angoscia generazionale, riesce a comunicare l’interiorità di Lee meglio di qualsiasi musica coeva all’ambientazione.

Come ha osservato un critico alla Mostra di Venezia, “Queer apre con la cover di ‘All Apologies’ dei Nirvana interpretata da Sinéad O’Connor e ha squarciato il silenzio carico di aspettative. Un inizio che ha colpito dritto, non solo per la scelta del brano, ma per la sua capacità di parlare al cuore di un racconto intimo, nichilista, profondamente Burroughsiano”.

La tecnica del cut-up, tipica della scrittura di Burroughs, trova un parallelo perfetto nella colonna sonora. Burroughs scriveva componendo frammenti apparentemente sconnessi per creare un mosaico di significato; Guadagnino fa lo stesso con la musica, sparpagli brani di epoche diverse come pezzi di un puzzle psichico che gradualmente rivela il suo senso. Il risultato è una frammentazione voluta, una sospensione emozionale, un disorientamento fertile che agisce come contrappunto alle immagini.

Lo score originale di Reznor e Ross lavora in simbiosi con i brani preesistenti. “Trent Reznor e Atticus Ross hanno lavorato in maniera libera e devota, ogni nota che hanno suonato riflette il lavoro di Daniel e Drew, non ha bisogno di spiegare, ma li avvolge, scena dopo scena”, ha sottolineato Guadagnino. “Mi piace a tal punto che una volta è partito un brano sul mio iTunes e mi sono detto: ‘Ma che bella musica, ma cos’è questa?’. Era un pezzo della colonna sonora!”.

Questa capacità della musica di infiltrarsi nella memoria emotiva dello spettatore, di risuonare anche al di fuori della sala cinematografica, è forse il più grande successo della colonna sonora di Queer. Non è semplicemente accompagnamento sonoro, ma esperienza immersiva che continua a lavorare nella mente anche dopo la visione.

Queer di Luca Guadagnino: il lato curioso della musica

Per gli appassionati di musica, la colonna sonora di Queer nasconde diverse perle e curiosità che vale la pena evidenziare:

La collaborazione Cobain-Burroughs: Il legame tra i due artisti va oltre il semplice incontro personale. Nel 1993 registrarono insieme “The ‘Priest’ They Called Him”, un pezzo sperimentale in cui Burroughs legge con voce monotona un suo racconto breve del 1973 (pubblicato in Exterminator!) mentre Cobain fornisce un sottofondo chitarristico dissonante basato su “Silent Night” e “The Star-Spangled Banner”. Il brano venne pubblicato come disco illustrato da 10 pollici in edizione limitata. L’assistente di Burroughs ricordò che, alla partenza di Cobain, lo scrittore commentò: “C’è qualcosa che non va in quel ragazzo; si acciglia senza una buona ragione”, dimostrando di aver percepito il tormento interiore che avrebbe portato Cobain al suicidio pochi mesi dopo.

La cover di Sinéad O’Connor: La versione di “All Apologies” della O’Connor è particolarmente significativa perché registrata nell’estate del 1994, pochi mesi dopo la morte di Cobain. In un’intervista, O’Connor ricordò di aver provato “una grande tristezza per Kurt” quando lo incontrò ai MTV Video Music Awards del 1993, pochi mesi prima della tragedia. “Era un uomo che soffriva”, disse. La sua interpretazione della canzone è un tributo accorato a un’anima affine, entrambi artisti tormentati che lottarono con la salute mentale e le pressioni del successo.

Le musiche d’epoca: Accanto ai brani moderni, Queer include un’accurata selezione di musica messicana e americana degli anni Quaranta e Cinquanta che contribuisce a creare l’atmosfera del periodo. Brani come “Sin Ti” del Trío Los Panchos (1948), “Mi Corazón” di Rafael Mendez and His Orchestra, “Muchos Besos” di Martin y Malena, “Begin the Beguine” di The Bill Danzeisen Big Band Orchestra evocano l’immaginario americano del Messico dell’epoca, creando un contrasto affascinante con le scelte anacronistiche.

Omar Apollo e “Te Maldigo”: Il brano in spagnolo interpretato da Omar Apollo ha una storia particolare. Originariamente, Guadagnino aveva scritturato Apollo con l’intenzione di farlo cantare nel film. Reznor e Ross scrissero la struttura base della canzone in inglese con il titolo “God Damn You”, poi invitarono Apollo nel loro studio. Nel giro di poche ore, Apollo riscrisse, contribuì e riconfigurò il brano, traducendolo in spagnolo e trasformandolo completamente. Nonostante la scena fosse stata girata, venne tagliata in fase di montaggio. Guadagnino suggerì di riutilizzarla per i titoli di coda, ma Reznor sentì che non si adattava tonalmente a quello che i titoli di coda dovevano far provare al pubblico. Questo portò alla composizione di “Vaster Than Empires”. Il video ufficiale di “Te Maldigo”, diretto da Guadagnino, è proprio la scena tagliata dal film.

Il ponte con “Suspiria”: Guadagnino ha una lunga storia di collaborazioni musicali significative. Per il suo remake di Suspiria (2018), il regista si affidò a Thom Yorke dei Radiohead per la colonna sonora completa, creando uno degli score più acclamati degli ultimi anni. L’inclusione di “Talk Show Host” dei Radiohead in Queer può essere letta anche come un richiamo a quella collaborazione precedente.

Prince e i diritti postumi: L’inclusione di due brani di Prince è particolarmente significativa. Durante la sua vita, Prince era notoriamente protettivo riguardo all’uso della sua musica nei film, spesso negando i diritti. La presenza di “17 Days” e “Musicology” in Queer è stata possibile solo grazie alla gestione dei suoi eredi, che hanno mostrato maggiore apertura verso le sincronizzazioni cinematografiche.

Conclusione: Un Esperimento Riuscito

La colonna sonora di Queer rappresenta un esperimento audace che sfida le convenzioni narrative del cinema. Un’audacia che mi ha ricordato quella annotata nel post della musica di M – Il figlio del secolo, ma che qui si colloca su un livello differente, per accostamento e distanza temporale. L’anacronismo musicale, lungi dall’essere un vezzo stilistico, diventa uno strumento per rendere universale e contemporanea una storia ambientata settant’anni fa.

Attraverso il grunge di Seattle, il rock alternativo italiano, il synth-pop britannico e lo score elettronico di Reznor e Ross, Guadagnino costruisce un linguaggio emotivo che parla direttamente allo spettatore moderno, bypassando la distanza temporale e permettendo di entrare nell’interiorità tormentata di William Lee con immediatezza e potenza.

Come ha scritto un critico dopo la prima veneziana: “Queer può sembrare spaesante, addirittura ostico all’inizio, ma la musica lavora silenziosa sotto pelle. È un film che ti entra dentro come un leitmotiv che ritorna, cresce e si trasforma. Non è un intrattenimento semplice: è un’opera sonora e visiva che chiede partecipazione emotiva. E la sua colonna sonora è motivo e causa di questo coinvolgimento”.

Il risultato è una delle colonne sonore più discusse e memorabili del 2024, un’opera che continuerà a risuonare nella mente degli spettatori ben oltre la sala cinematografica, esattamente come Guadagnino sperava. Un film che suona, vibra, e persino duole, ma è un dolore che cresce e diventa bellezza.


Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Ultimi articoli