Il 26 maggio 2026 cade un anniversario importante per il mondo della musica: sono cento anni dalla nascita di Miles Dewey Davis III, nato ad Alton, Illinois, nel 1926. Un secolo è trascorso da quel giorno, eppure la presenza di Miles Davis nella storia del jazz — e della musica tutta — non smette di farsi sentire. Per chi voglia avvicinarsi alla figura del trombettista non solo attraverso le note, ma attraverso le sue stesse parole, Miles on Miles: Interviews and Encounters with Miles Davis è una lettura che si impone con forza. Il volume, curato da Paul Maher Jr. e Michael K. Dorr e pubblicato da Lawrence Hill Books nel 2008, raccoglie trenta tra le interviste e i resoconti più significativi che Davis rilasciò nel corso della sua carriera. Non un’autobiografia, non una biografia: qualcosa di più immediato e imprevedibile.
Un archivio di voci, non solo una raccolta di interviste
La struttura del libro segue un criterio cronologico, aprendo nel novembre 1957 con un autoritratto scritto dallo stesso Davis per il produttore discografico George Avakian — curioso documento in cui Miles si racconta in prima persona — e chiudendosi nel 1998, sette anni dopo la sua morte, con una serie di pezzi firmati dal critico Mike Zwerin, dedicati rispettivamente al Davis pittore e al Davis attore cinematografico. In mezzo, quasi quattro decenni di conversazioni, scontri verbali, confessioni e provocazioni. Il materiale è disomogeneo per natura e per provenienza: alcune interviste arrivano da riviste specializzate ormai dimenticate, altre sono trascrizioni inedite di trasmissioni radiofoniche e televisive, altre ancora sono pezzi narrativi che mescolano il reportage alla memoria personale.
I grandi giornalisti musicali e le interviste che restano nella storia
Tra i nomi che compaiono nel sommario ci sono alcune delle firme più rispettate del giornalismo musicale americano. Nat Hentoff, in un pomeriggio del dicembre 1958, ascolta musica insieme a Davis e raccoglie commenti di rara lucidità critica. Leonard Feather, veterano della stampa jazz, conduce la sua sessione nel 1972. Ben Sidran e Stephen Davis portano rispettivamente i loro approcci nel 1986 e nel 1973. Ma il libro non si limita ai grandi nomi: c’è anche spazio per voci meno attese, come quella di Al Aronowitz, che nel 1970 firma due pezzi ravvicinati — A national treasure (maggio) e Faded blue flowers (settembre) — quasi a fotografare un Miles in trasformazione rapida, a cavallo tra il suo periodo più controverso e la nascita dell’era elettrica.
Il Miles Davis elettrico: il cuore del libro
La porzione cronologicamente più consistente del volume riguarda gli anni dal 1969 in poi, quelli della svolta elettrica che divise critica e pubblico. In a Silent Way e Bitches Brew avevano segnato una rottura netta con il jazz acustico, e le interviste di quegli anni mostrano un Davis sulla difensiva e al tempo stesso sprezzante di qualsiasi giudizio esterno. In un colloquio del 1969 con Les Tompkins, Davis arriva a definire il jazz come una parola da Uncle Tom — espressione provocatoria rivolta a chi lo voleva confinare in un genere. In un’intervista del 1975 a Jimmy Saunders alla Northern Illinois University, si presenta in abito di raso e pelliccia e dichiara di non leggere mai le recensioni della sua musica, sostenendo che i bianchi non siano in grado di giudicare la musica nera. Sono frammenti che restituiscono non solo l’artista ma l’uomo, nella sua complessità scomoda.
Le voci fuori dal coro: Nisenson, McCall e il lato umano di Miles
Accanto alle interviste in senso stretto, il libro ospita una serie di pezzi narrativi che appartengono a un genere diverso: il ritratto ravvicinato, quasi diaristico. Eric Nisenson, studioso e biografo di Davis, racconta nel suo pezzo (Hangin’ out with Daffy Davis, fine anni Settanta) il Miles che si muove ai margini della scena, durante il lungo ritiro dalla vita pubblica che durò dal 1975 al 1980. Cheryl McCall, nel marzo del 1982, ottiene invece uno dei colloqui più aperti dell’intera raccolta: Davis parla della sua battaglia contro la droga, della decisione di smettere senza aiuto esterno, del silenzio durato cinque anni. Sono pagine che sorprendono, soprattutto per chi è abituato all’immagine di un artista ermetico e irraggiungibile.
Un ritratto polifonico, tra contraddizioni e genio
Ciò che emerge dalla lettura complessiva di Miles on Miles non è un profilo lineare, ma qualcosa di più simile a un mosaico in perenne disordine. Miles Davis cambia voce a seconda dell’interlocutore, dell’umore, del momento storico. È contemplativo con Hentoff, battagliero con Olay, filosofico con Sidran, sarcastico con Tompkins. I curatori Maher e Dorr hanno avuto il merito di non voler costruire una narrazione coerente a tutti i costi: la contraddizione è lasciata lì, visibile, come parte integrante del personaggio. Come ha scritto il critico Jack Chambers, autore di Milestones: The Music and Times of Miles Davis, il libro restituisce la voce parlata di Davis con la stessa efficacia dei suoi dischi migliori.
Come leggere il libro oggi, a cento anni dalla nascita di Miles Davis
Miles on Miles non è un testo per specialisti. È accessibile a chiunque abbia anche solo una curiosità superficiale per Miles Davis, per il jazz, per il modo in cui i grandi artisti parlano — o evitano di parlare — di sé stessi. Il volume è stato riedito nel 2021 da Chicago Review Press in edizione tascabile, a conferma di una domanda che non si è esaurita. In questo centenario, tornare alle parole di Davis significa tornare alla fonte: al modo in cui pensava la musica, il tempo, il corpo, la razza, il silenzio. Significa ascoltarlo, anche senza musica.
Il libro è consultabile gratuitamente su Internet Archive, previa registrazione gratuita al sito. La lettura avviene tramite la funzione Borrow, che permette di sfogliare il volume integralmente online senza possibilità di download.
Se invece preferisci ascoltare la storia di Miles Davis dalla sua stessa voce, allora ti consiglio la lettura di questo articolo già pubblicato qui su Musica Informatica: Miles Davis a Monaco nel 1988: i punti chiave di una rara intervista.


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