George Harrison e Michael Jackson: l’intervista ritrovata alla BBC del 1979

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In questi giorni è nelle sale cinematografiche Michael, il biopic dedicato al Re del Pop interpretato da Jaafar Jackson, nipote dello stesso Michael, per la regia di Antoine Fuqua. L’uscita del film ha riacceso l’interesse del pubblico su tutto ciò che riguarda la vita e la carriera di uno degli artisti più straordinari della storia della musica popolare. È proprio in questo clima di rinnovata attenzione che molti fan hanno riscoperto e fatto girare in rete un documento sonoro rarissimo: la registrazione di una puntata del programma radiofonico della BBC Radio 1 chiamato Roundtable, trasmessa il 9 febbraio 1979, nella quale sedevano fianco a fianco due giganti: George Harrison, ex chitarrista dei Beatles, e un giovanissimo Michael Jackson, ancora lontano dall’essere incoronato Re del Pop. Quella puntata era considerata perduta per decenni, finché una copia registrata su cassetta non è stata ritrovata e rimasterizzata grazie al lavoro dell’audio storico Richard White. Alla fine dell’articolo trovi il link per ascoltarla direttamente su YouTube.

Il programma Roundtable e il conduttore Kid Jensen

Roundtable era uno dei programmi di punta di BBC Radio 1, lanciato nell’ottobre del 1970 con un format semplice ma efficace: un conduttore e due ospiti ascoltavano insieme una selezione di nuove uscite discografiche e commentavano liberamente ciò che sentivano. Con il tempo il programma aveva acquisito una reputazione di autenticità e credibilità, paragonabile per certi versi al leggendario show di John Peel. A condurre quella serata straordinaria era Kid Jensen — all’anagrafe David Jensen — DJ di origini canadesi che aveva mosso i primi passi a Radio Luxembourg a soli diciassette anni, diventando il disc jockey più giovane d’Europa. Il soprannome “Kid” gli era stato affibbiato dal collega Paul Burnett alle quattro di mattina durante un turno notturno, e Jensen lo aveva fatto proprio con convinzione, sentendolo come una vera e propria nuova identità. Nelle parole dello stesso Jensen, Roundtable era un programma capace di attrarre i più grandi nomi della musica, ma avere entrambi quegli ospiti nella stessa stanza era qualcosa di irripetibile.

Febbraio 1979: due carriere in un momento chiave

Per capire il valore di quell’incontro è necessario collocarlo nel suo contesto storico. George Harrison era reduce da un anno di pausa volontaria dalla musica: nel 1977 aveva semplicemente smesso di scrivere canzoni, dedicandosi alle corse automobilistiche e prendendosi una distanza consapevole da un’industria di cui aveva cominciato a sentire il peso. Poi, in un pomeriggio piovoso nella sua casa inglese, aveva scritto di getto Blow Away — una canzone luminosa e orecchiabile che lui stesso trovava quasi imbarazzante nella sua immediatezza. Era il singolo di lancio del suo nuovo album omonimo, George Harrison, pubblicato proprio in quei giorni. Durante la trasmissione Harrison racconta anche di un altro brano scritto nello stesso periodo, Here Comes the Moon, ammettendo con ironia che il problema principale nel missare quel pezzo era che lo faceva addormentare prima della fine.

Michael Jackson, invece, aveva diciannove anni appena compiuti e si trovava a Londra con i suoi fratelli per il tour mondiale dei Jacksons, in promozione dell’album Destiny. Era già una star internazionale, cresciuto sotto i riflettori fin dall’infanzia, ma stava per imboccare la svolta definitiva della sua carriera: di lì a pochi mesi sarebbe uscito Off the Wall, il suo quinto album solista e primo su etichetta Epic, prodotto da Quincy Jones, che lo avrebbe consacrato come uno degli artisti più influenti di sempre. Quella sera in studio, però, era ancora un giovane talentuoso e discreto, capace di ascoltare con genuina curiosità e di rispondere con semplicità disarmante.

Come i due si prepararono alla trasmissione: la storia del casco militare

Quella giornata era stata intensa per Michael. Il suo accompagnatore della CBS Records, Judd Lander, racconta un aneddoto rimasto nella leggenda: nel tragitto verso Broadcasting House avevano fatto una sosta in un negozio di articoli militari surplus chiamato Lawrence Corner, vicino alla sede della BBC. Michael era rimasto affascinato dalla varietà di divise e accessori storici in vendita. Aveva adocchiato in particolare un casco con piume — un copricapo militare d’epoca — ma il negoziante non volle cederlo. Michael portò comunque a casa un casco pith, quello tipico delle spedizioni coloniali, e lo indossò per tutto il tempo della registrazione. Judd Lander, con un pizzico di orgoglio, sostiene che fu proprio quell’episodio a ispirare l’amore di Michael per i costumi militari che caratterizzerà buona parte della sua estetica scenica negli anni successivi.

La conversazione sui dischi: melodia, rock and roll e il valore della canzone

Il cuore del programma era l’ascolto e il commento di nuove uscite discografiche. Quella sera passarono in rassegna brani di Foreigner, Nicolette Larson, Dave Edmonds, i Blues Brothers e Manfred Mann’s Earth Band. Quello che emerge dall’ascolto dell’intera trasmissione è la qualità del dialogo musicale tra i due ospiti, descritto anche dal produttore radiofonico e storico dei Beatles Kevin Howlett come un interplay raro e genuino. Michael si mostra subito sensibile alla componente della chitarra nei brani che ascolta, e George — incuriosito — rivela che il chitarrista del pezzo dei Foreigner è Mick Jones, un vecchio amico incontrato a Parigi nel 1964 quando suonava come direttore musicale per Johnny Hallyday. La conversazione si sposta naturalmente sul tema della melodia: Michael afferma che le melodie sono sempre state importanti per lui, e che è proprio la melodia a far sopravvivere le canzoni nel tempo. Cita i brani dei Beatles come esempio di melodie indimenticabili, cosa che George accoglie con piacere. Harrison però precisa scherzosamente che Fool on the Hill non è sua — è di Paul — mentre Here Comes the Sun sì.

Sul rock and roll entrambi si trovano d’accordo: George dichiara che la musica che ama di più è ancora quella che ascoltava tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta — Eddie Cochran, Buddy Holly, Little Richard — e Michael risponde citando gli stessi nomi, aggiungendo Chuck Berry. Michael poi accenna che nel nuovo album dei Jacksons, Destiny, c’è un brano che mescola disco e rock and roll, intitolato All Night Dancing.

La Motown e il desiderio di indipendenza artistica

Uno dei momenti più toccanti della trasmissione arriva quando Kid Jensen chiede a Michael di raccontare gli anni alla Motown Records. Michael li definisce “giorni classici”, ricordando con emozione la prima audizione davanti a Berry Gordy e l’incontro con Diana Ross, che si congratulò personalmente con lui e con i fratelli promettendo di essere parte della loro carriera. Aveva circa sette anni quando i Jackson 5 si esibivano già con pezzi di James Brown e vecchi successi Motown. Ma spiega anche perché quella storia si era conclusa: alla Motown non era mai stato permesso ai Jackson di scrivere le proprie canzoni né di avere una propria etichetta di produzione, e quella mancanza di libertà creativa era diventata insostenibile. L’obiettivo era sempre stato quello di avere pieno controllo sulla propria musica, e con l’Epic lo avevano finalmente ottenuto.

George Harrison capisce perfettamente. Traccia un parallelo con i Beatles e la Apple Records: anche lì l’idea era quella di costruire un’identità propria, fuori dall’EMI, anche se poi Apple si era trasformata in un labirinto legale da cui era quasi impossibile uscire — “come Guerra e Pace”, dice George con la sua ironia tipica. Descrive la Motown come una sorta di catena di montaggio — un riferimento non casuale alla città di Detroit — efficientissima nel produrre successi, ma poco incline a lasciare spazio all’individualità degli artisti. E ricorda come fu Stevie Wonder, con la sua straordinaria trattativa con Berry Gordy, a cambiare le regole del gioco per tutti.

Le cover e i compositori: James Brown su George Harrison

Un altro momento memorabile è quando Kid Jensen chiede a George se esiste una cover di una sua canzone che lo abbia particolarmente soddisfatto. Harrison racconta che quando scrisse quel brano pensava a Ray Charles come interprete ideale, e che Ray Charles effettivamente la registrò — ma in modo un po’ troppo patinato per i suoi gusti. Poi arrivò James Brown, nel 1972, e quella versione lo lasciò senza parole: la tenne sul jukebox di casa per anni. Michael interviene entusiasta, dicendo di aver sempre pensato che quella fosse una canzone di Lennon e McCartney. “Hai scritto tu quella cosa bellissima?” sembra stupirsi. È uno di quei momenti in cui si percepisce quanto Michael fosse davvero un ascoltatore appassionato, non solo un performer.

George Harrison e il finanziamento del Monty Python’s Life of Brian

Verso la fine della trasmissione Kid Jensen porta in scena uno degli episodi più curiosi della carriera di George Harrison: il suo coinvolgimento nel finanziamento del film Monty Python’s Life of Brian. George racconta con la sua solita leggerezza che quando la EMI si tirò indietro dalla produzione, lui decise semplicemente di mettere di tasca propria il milione di sterline necessario per girare il film. Il motivo? Voleva vederlo al cinema. John Cleese, in un intervento fuori dalla trasmissione ma incluso nel documentario radiofonico, lo definì “uno degli atti più magnifici del secolo”. Il film, nonostante le polemiche e i divieti in diverse città britanniche per accuse di blasfemia, divenne un enorme successo commerciale.

Cosa rimane di quell’incontro

Quella puntata di Roundtable rimase a lungo sepolta negli archivi — anzi, tecnicamente non sopravvisse nemmeno lì, perché la BBC dell’epoca non conservava sistematicamente i programmi di musica pop. Fu una registrazione su cassetta effettuata da un ascoltatore privato a salvarla dall’oblio. Il documentario radiofonico When George Met Michael, prodotto dalla BBC e presentato da Paul Gambaccini, ha restituito al pubblico questa testimonianza straordinaria, rimasterizzata e contestualizzata con interventi di Kid Jensen, Judd Lander, Kevin Howlett e altri protagonisti di quell’epoca. George Harrison sarebbe morto nel novembre del 2001, a soli 58 anni, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Michael Jackson ci avrebbe lasciati il 25 giugno 2009, a 50 anni. Quella serata del 9 febbraio 1979 resta una delle poche occasioni in cui due delle voci più importanti della storia della musica popolare si sono sedute fianco a fianco, parlando di canzoni, di melodie e di libertà creativa con la semplicità di due musicisti che si rispettano profondamente.

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