Miles Davis a Monaco nel 1988: i punti chiave di una rara intervista

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Il 26 maggio 2026 segna il centenario dalla nascita di Miles Davis, uno degli artisti più influenti della storia della musica del Novecento. Un anniversario che invita a riscoprire il suo pensiero, la sua visione e il suo modo unico di stare nel mondo della musica. In questo spirito, proponiamo i punti chiave di una rara intervista rilasciata nel 1988 a Brane Rocel durante il soggiorno di Miles a Monaco di Baviera, dove si preparava a esibirsi nella leggendaria Philharmonic Hall. Un documento prezioso, che ci restituisce la voce di un artista nel pieno della sua ultima stagione creativa: lucido, provocatorio, ironico, e sempre mosso da una curiosità senza confini.

Chi era Miles Davis: un profilo

Miles Dewey Davis III, nato il 26 maggio 1926 ad Alton, Illinois, è stato trombettista, compositore e bandleader. La sua carriera, iniziata negli anni Quaranta al fianco di Charlie Parker, attraversa oltre quattro decenni di musica americana e mondiale, ridefinendo i confini del jazz in ogni periodo della sua esistenza. Con album come Kind of Blue (1959) — uno dei dischi più venduti nella storia del jazz — e Bitches Brew (1970), Davis non si è limitato a suonare la musica del suo tempo: l’ha anticipata, reinventata, spesso spiazzando critica e pubblico. La sua capacità di scegliere i musicisti giusti, di fiutare i talenti prima che diventassero noti, e di costruire band capaci di produrre rivoluzioni sonore, lo rende una figura unica nel panorama musicale del Novecento.

Miles Davis negli anni Ottanta: la reinvenzione elettrica

Dopo un lungo silenzio durato dal 1975 al 1981, causato da problemi di salute e un progressivo isolamento, Miles Davis tornò sulla scena con una nuova energia e una direzione ancora più radicale. Gli anni Ottanta lo vedono abbracciare apertamente il funk, il pop elettronico e persino l’hip-hop nascente, con album come The Man with the Horn (1981), Decoy (1984) e soprattutto Tutu (1986), prodotto da Marcus Miller e considerato il suo capolavoro tardivo. In questo periodo Miles si circonda di musicisti giovani e versatili, dialoga con Prince, si interessa alla cultura visiva, ai videoclip, alla moda. Non è nostalgia, non è commercio: è ancora una volta evoluzione. L’intervista del 1988 a Monaco fotografa proprio questo Miles — un artista che non smette mai di guardare avanti.

La fama e il rifiuto delle etichette [00:44 – 02:14]

L’intervistatore apre chiedendo a Miles come viva il peso di quasi quattro decenni di elogi, premi e definizioni — il genio, il maestro. La risposta è disarmante nella sua semplicità: «Non ho mai suonato per essere il migliore in qualcosa». Davis racconta di aver imparato a ignorare certe etichette, soprattutto quelle che in passato lo dipingevano come un fenomeno accidentale. A questo propone un’analisi netta del pregiudizio culturale americano verso i musicisti neri, convinto che per lungo tempo in America si credesse che la sua musica fosse frutto del caso e non di studio e intenzione. Citando poi il suo lavoro autobiografico in corso — «tutte le altre biografie su di me possono essere sbagliate, tranne quella che sto scrivendo io» — ribadisce il controllo che intende mantenere sulla propria narrazione.

Il rapporto con l’Europa e con la Germania [02:32 – 04:22]

Alla domanda sul ritorno a Monaco, Miles è pragmatico quanto sincero: «Vengo qui perché guadagno bene e sono ben accolto». L’Europa, e la Germania in particolare, vengono descritte come un ambiente in cui la musica è presa sul serio, dove tutto funziona con precisione. Non è romanticismo, è rispetto reciproco. Riguardo alla propria condizione di artista, Miles aggiunge una riflessione più intima: per alzarsi ogni mattina con il sorriso, ha bisogno di esibirsi alla perfezione — per sé stesso prima che per il pubblico. Una dichiarazione che rivela la sua etica professionale, interiorizzata al punto da diventare una questione di benessere personale.

La nuova band e il concerto di Monaco [04:27 – 06:28]

Parlando della formazione portata in tour, Miles esprime soddisfazione per la sezione ritmica composta da Darryl Jones, Mino Cinelu e Ricky Wellman, descrivendola come particolarmente potente. Sul repertorio della serata, chiarisce che non si tratta di una semplice riproposta di Tutu: il concerto di Monaco sarà caratterizzato da materiale nuovo, ricostruzioni di brani già noti e composizioni inedite non ancora registrate. La direzione sonora è definita con precisione: «più funkeggiante, con influssi di Prince e James Brown». Davis descrive la sua estetica armonica degli anni Ottanta con una formula semplice ma densa: tre note bastano, i pesi accordali non servono — ciò che vuole è leggerezza in alto e solidità in basso.

Il progetto con Prince e il nuovo album [07:32 – 10:55]

Uno dei momenti più attesi dell’intervista riguarda la collaborazione con Prince. Miles conferma che i due si incontreranno in agosto per lavorare insieme, lasciando intendere che qualcosa di concreto nascerà a breve. Sul fronte del nuovo album — che avrebbe poi preso il nome di Amandla, uscito nel 1989 — Miles parla di quattro pezzi già completati e di un’esplorazione ritmica che guarda al Zouk caraibico, alla samba e a ritmi africani contemporanei, mescolati con il go-go beat e influenze reggae firmate da Larry Blackman dei Cameo. Il collaboratore principale resta Marcus Miller, a cui Miles ha inviato registrazioni del gruppo haitiano Kassav’ come riferimento sonoro per il progetto.

La divisione del pubblico e la difesa dell’evoluzione [11:06 – 14:19]

L’intervistatore tocca un nervo scoperto: la frattura nel pubblico jazz tra chi ama il Miles acustico e chi lo segue dopo Bitches Brew. La risposta di Davis è perentoria: «Me lo dicono da tutta la vita». Ricorda come la stessa critica si fosse già scagliata contro le sue scelte quando aveva portato John Coltrane in band, quando aveva lavorato con Art Blakey. Per lui la coerenza non sta nella forma musicale ma nel metodo: scegliere i musicisti giusti, fidarsi del proprio istinto e non lasciarsi condizionare da etichette discografiche o critici. La creatività, dice Miles, richiede una forma di egoismo necessario — non nel senso morale, ma come condizione per non tradire la propria visione.

Il termine “jazz” e la questione del nome [16:12 – 18:22]

In un passaggio particolarmente lucido, Miles affronta la questione della parola “jazz”. In Europa, dice, il termine indica una forma musicale e un’attitudine — qualcosa di rispettabile e preciso. Negli Stati Uniti, invece, ha assunto una connotazione volgare, quasi svilente: «in America significa che hai preso qualcosa di semplice e l’hai abbellito». Ricorda che a St. Louis, dove è cresciuto, la musica non aveva nomi: si suonava per la comunità nera e nessuno sentiva il bisogno di classificarla. Il jazz come etichetta, conclude, è stata una costruzione della critica bianca americana, mentre la musica in sé ha sempre avuto vita propria.

Il disegno come estensione della musica [18:36 – 23:16]

Nell’ultima parte dell’intervista Miles parla della sua passione per il disegno, praticata sin da bambino e diventata negli anni Ottanta una parte integrante della sua vita artistica. Il parallelismo con la musica è continuo e illuminante: «una linea non è sbagliata finché non devi tracciare quella dopo», esattamente come in musica una nota non è mai davvero stonata se quella successiva la corregge e la completa. Questo approccio — che Miles chiama esperienza — è la stessa filosofia con cui guida le sue band: non correggere in tempo reale, ma orientare il suono complessivo, creare il contesto in cui ogni scelta diventa coerente. Cita tra le sue influenze visive Picasso e il fumetto europeo, che studia non per il contenuto narrativo ma per la composizione grafica delle tavole.

Ascolta l’intervista

Puoi ascoltare l’intervista integrale al seguente link: Miles Davis – intervista a Monaco, 1988.

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