Nel 1980, in occasione del suo ultimo grande tour negli Stati Uniti a supporto dell’album Uprising, Bob Marley incontrò il giornalista Larry Katz per una conversazione lunga e straordinariamente intima. Non è un’intervista patinata: è un dialogo informale, registrato a Boston dove il tour stava per prendere il via, probabilmente in hotel o backstage. Ne emerge un ritratto autentico di un uomo che parla di sé con la stessa semplicità con cui compone le sue canzoni. Quello che segue è un viaggio attraverso i temi principali di quella conversazione, con i riferimenti temporali precisi per chi vorrà seguire l’audio originale.
E in fondo all’articolo, viene linkato l’indirizzo dove poter ascoltare l’intervista integrale nella registrazione originale di Larry Katz. Buona lettura e buon ascolto.
Il tour negli USA: undici musicisti e una sala con l’acustica sbagliata
(00:00 – 02:58)
L’intervista si apre con domande logistiche sul tour. Marley racconta di viaggiare con undici musicisti, più il personale tecnico, per un totale di circa 21 persone al seguito. Il tour parte da Boston, ma la sala scelta — la Heinz Auditorium — preoccupa già per la sua acustica problematica. Marley minimizza con calma: i jazzisti ci hanno suonato tante volte e non ci sono stati problemi. La scelta della venue era obbligata — l’altra sala della città era in ristrutturazione — e rinunciare a Boston non era un’opzione. Quello che emerge subito è il suo approccio sereno e pragmatico di fronte alle difficoltà organizzative.
La famiglia e i figli: crescere nella saggezza
(03:05 – 06:56)
Quando Katz gli chiede dei figli, Marley risponde con una delle sue frasi più dense: “i nostri figli crescono nella saggezza e nella comprensione, noi siamo cresciuti nell’ignoranza”. Non sa — o non vuole dire — esattamente quanti figli abbia, ma sa con certezza che crescono in uno “spirito di innocenza” diverso da quello in cui è cresciuto lui. Il figlio più grande ha tredici anni, il più piccolo due e mezzo. Sulla scuola ha una visione peculiare: non è contrario all’istruzione formale, ma crede che i suoi figli portino già dentro di sé la verità, e che nessun sistema scolastico possa corromperla davvero. L’unica cosa che può corromperli, dice, è non conoscere Dio.
Le origini: dal nonno con il banjo ai nove mesi alla Chrysler
(07:03 – 10:31)
Marley racconta le sue radici musicali con affetto. Il nonno suonava banjo, fiddle e chitarra, e nella sua famiglia si ballava la rumba — una musica che lui stesso paragona al country and western. Ha iniziato a cantare intorno agli otto anni, e a suonare la chitarra solo circa nove anni prima dell’intervista. Nel mezzo c’è un capitolo inaspettato: i nove mesi vissuti in America, a Newark nel New Jersey, a lavorare alla Chrysler. Li definisce “i nove mesi più lunghi della mia vita” — non per il lavoro in sé, ma per la nostalgia: le strade di casa, la gente, i luoghi familiari. Quella lontananza lo ha riportato in Giamaica con ancora più certezza su chi fosse.
Il calcio come allenamento: più duro di un concerto
(10:51 – 11:33)
Una delle rivelazioni più sorprendenti riguarda la sua routine di preparazione pre-tour. Marley si allena per i concerti giocando partite di calcio da novanta minuti interi. E aggiunge, con tono del tutto serio: “il calcio è più duro di un intero show”. Non è un hobby secondario — nel tour viaggia con lui anche un calciatore professionista giamaicano che ha militato nel Santos in Brasile. Il calcio per Marley è disciplina, comunità, energia fisica e mentale, tutto insieme.
La fede: dalla chiesa al Rastafarianesimo
(11:43 – 13:46)
La sua conversione al Rasta non è stata una rottura brusca. Da bambino andava in chiesa, osservava le persone che si lasciavano prendere dallo spirito durante il canto. Ed è lì che ha capito qualcosa di essenziale: il canto è spirito. La fede cristiana della sua famiglia era intensa, ma Marley ha seguito la sua coscienza, e quella lo ha condotto al Rastafarianesimo. Una frase riassume tutto: “la mia educazione religiosa è stata la mia coscienza”. Il passaggio dalla chiesa al Rasta non è una negazione, ma un approfondimento.
L’armonia vocale: la musica come comunità
(03:10 – 03:41 e 13:01 – 13:46)
Pochi argomenti accendono Marley come l’armonia vocale. Già nei primissimi minuti dell’intervista afferma che suonare da solo non sarebbe mai un’opzione: ha bisogno delle voci, del coro, delle I Threes. Per lui cantare in armonia è l’espressione più alta del senso di comunità umana: “questa nascita della comunità è il più grande sentimento dell’umanità”. Più avanti descrive l’effetto dell’armonia come qualcosa di cosmico, quasi extraterrestre — una vibrazione che va oltre il suono fisico. È in questi passaggi che si capisce come la sua musica non sia intrattenimento, ma pratica spirituale.
Lo ska revival inglese e i gusti musicali
(14:15 – 16:29)
Katz gli chiede cosa pensa dello ska revival inglese — i Specials, i Madness, i Selector. Marley è diplomatico ma onesto: alcuni li apprezza, altri meno. Riconosce l’autenticità di certi gruppi, ma sa distinguere chi suona davvero ska da chi lo imita. Sul fronte dei gusti personali la risposta è sorprendente: ama il jazz con profonda passione, e lo amava ancor prima del reggae. Calypso e jazz prima di tutto, dice. Cita Stevie Wonder con ammirazione, e apprezza con entusiasmo il suo avvicinamento al reggae. Ascolta di tutto, aperto a qualsiasi musica che arrivi con sincerità.
L’attentato e la paura: affrontare tutto “al contrario”
(17:07 – 18:33)
Katz affronta il tema dell’attentato subito da Marley nel 1976. La risposta è netta: non ha paura. Ma non è incoscienza — è una filosofia. Spiega che certi eventi vanno affrontati “al contrario”, cioè liberandosi dalla paura invece di difendersi dall’attacco. Marley non nega che l’episodio sia accaduto, ma rifiuta di lasciare che definisca il suo modo di vivere. È uno dei momenti più intensi dell’intera intervista.
La politica: “la politica è un cancro”
(18:33 – 21:19)
Sulla politica giamaicana Marley è nettissimo: non supporta nessun partito. Lo ha fatto capire anche al PNP e agli altri partiti che nel tempo lo hanno avvicinato cercando il suo appoggio. La sua posizione è radicale: i politici si ricordano di te solo quando vogliono usarti, e nel frattempo giovani che non hanno nemmeno l’età per votare muoiono nelle guerre tra fazioni. A 19:37 pronuncia la frase più diretta dell’intera conversazione: “la politica è un cancro”. E aggiunge, con un mezzo sorriso, che se potesse direbbe ai giamaicani di non votare — ma sa che sarebbe pericoloso farlo.
Il viaggio in Zimbabwe per l’indipendenza
(22:33 – 25:25)
Uno dei momenti più emozionanti è il racconto del concerto alle celebrazioni per l’indipendenza dello Zimbabwe nel 1980, su invito di un membro del governo di Robert Mugabe. Marley descrive il momento in cui la bandiera coloniale scende e sale quella del nuovo Zimbabwe come qualcosa di indescrivibile — con i jet militari che passano a sei metri da dove stava lui. Katz gli rivela che in Africa orientale — Sierra Leone, Senegal, Etiopia — esistevano già sette versioni diverse della canzone Zimbabwe registrate da musicisti locali. Marley non le aveva sentite, ma capisce che la canzone era diventata un inno: qualcosa di più grande di lui.
Tuff Gong Records e i giovani talenti
(circa 28:00 – 34:00)
Marley parla con orgoglio di Tuff Gong, la sua etichetta discografica. Non la vede come un’impresa commerciale ma come uno strumento di libertà per i giovani musicisti giamaicani. Tra gli artisti che sta supportando cita Nadine Sutherland, all’epoca bambina di nove o undici anni. Il modello che descrive è quello di una squadra di calcio che costruisce per il futuro: prendere i giovani, dargli gli strumenti, lasciarli crescere. Molto materiale di qualità, dice, è rimasto finora accessibile solo in Giamaica o nel Bronx.
Il nuovo album Uprising e Redemption Song
(13:46 – 14:15)
Parlando di Uprising, Marley conferma che tutto il materiale è nuovo, compresa Redemption Song. Quando Katz nota che il brano ha un “sapore antico”, lui non si stupisce. Rivela che il brano è nato in modo spontaneo, con la sola chitarra acustica, e che nella versione definitiva ha preferito mantenere quella crudezza. Lo spazio vuoto lasciato dalla chitarra sola, dice, “lascia più spazio per pensare”.
La Bibbia, i libri e le 12 tribù di Israele
(circa 58:00 – 72:00)
I libri che Marley legge sono due: la Bibbia e The Late Great Planet Earth. Nella Bibbia i suoi riferimenti principali sono Salomone, i Proverbi e l’Apocalisse. Spiega con dettaglio la sua visione delle 12 tribù di Israele come chiave di lettura dell’umanità — un sistema che supera i segni zodiacali e il pregiudizio razziale. Lui stesso si identifica con la tribù di Giuseppe. Il collegamento con Bob Dylan — che nel suo album Saved cita il libro di Geremia — lo affascina: “Dylan si è collegato”, dice, come riconoscendo un fratello sulla stessa strada.
La marijuana: lamb’s bread e l’erba dello Zimbabwe
(01:19:23 – 01:23:51)
L’ultimo grande tema è la marijuana, discusso con la stessa naturalezza con cui si parlerebbe di cibo o musica. Marley esprime una preferenza precisa: il lamb’s bread giamaicano, una varietà che descrive come leggera e potente insieme. Racconta con entusiasmo un episodio in Zimbabwe, dove un soldato gli offrì dell’erba locale — e commenta: “non c’è da stupirsi che abbiano vinto la guerra”. Critica invece la qualità dell’erba fertilizzata artificialmente, che ha un bell’aspetto ma nessun valore. In Giamaica, dice, il problema reale è che comprare erba di qualità costa ormai più che a Miami.
Conclusione
L’intervista si chiude poco dopo l’01:24:00 con saluti informali e qualche “cheers” finale. Ma l’immagine più bella arriva qualche minuto prima, quando Marley parla di cosa farà dopo il tour: vuole fermarsi, trovare dei grandi alberi e innamorarsene di nuovo. È una delle immagini più autentiche dell’intera conversazione — uno degli artisti più celebri del mondo che, alla fine, cerca solo un posto tranquillo sotto cui stare.
Il link all’intervista
A questo punto non resta che segnalare l’intervista audio da ascoltare con l’aiuto della sintesi realizzata in questo articolo. L’intervista di Larry Katz a Bob Marley è disponibile sul sito della Northeastern University.
È sempre un piacere tornare su un grande protagonista della musica come Bob Marley, per chi se lo fosse perso segnalo anche un articolo su uno dei suoi dischi più iconici, che quest’anno festeggia un’importante compleanno: Rastaman Vibration.


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