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La lettera di Puccini all’impresario Gerbelli: “Temo molto a Parma!”

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La New York Public Library conserva, tra i materiali del fondo Toscanini Legacy, un nucleo di lettere autografe di Giacomo Puccini indirizzate a persone del suo entourage artistico. Una di queste, datata 23 dicembre 1894 e scritta da Milano, è indirizzata a un certo Gerbelli, impresario teatrale attivo a Parma in quel periodo. Si tratta di un documento di straordinaria vivacità: tre pagine fitte di grafia veloce e corsiva, scritte su carta intestata Via Solferino 27, in cui Puccini parla apertamente delle sue ansie, dà istruzioni precise sull’esecuzione e rivela, con disarmante sincerità, il timore reverenziale che il pubblico parmigiano suscitava anche in un compositore già affermato. La lettera è oggi consultabile e scaricabile gratuitamente sul portale NYPL Digital Collections, come indicato nel corso dell’articolo.

Il contesto: Parma, capitale del melodramma severo

Siamo alla vigilia del 1895. Puccini ha trentasei anni e può già dirsi un compositore affermato: la sua Manon Lescaut ha trionfato al Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1893, ed è da allora in tournée nei teatri di tutta Italia. La sua opera, prima grande affermazione dopo i passi falsi di Le Villi ed Edgar, sta per approdare a Parma — e questo non è un dettaglio irrilevante.

Parma è, nell’Ottocento italiano, qualcosa di più di una città di provincia: è la capitale morale del melodramma, il luogo dove il pubblico giudica senza pietà e dove un fischio può segnare una carriera. La città vive all’ombra di Giuseppe Verdi, nato a pochi chilometri di distanza, e il confronto con il grande vecchio è sempre implicito, sempre presente. In quegli stessi anni il Teatro Regio aveva attraversato un periodo di difficoltà economiche che ne aveva imposto la chiusura temporanea. Era stato il senso civico dei parmigiani a riaprirlo: la Società dei Commercianti aveva preso l’iniziativa di allestire una nuova stagione, e il popolo — consultato con un referendum — aveva votato a larga maggioranza per stanziare i fondi necessari. Un teatro riaperto grazie ai cittadini era, per forza di cose, un teatro che si sentiva in diritto di giudicare con la massima severità.

Chi era Gerbelli

Il destinatario della lettera è un impresario teatrale attivo nel circuito parmigiano. Le fonti documentano la presenza di un Eraclio Gerbella nella stagione di quaresima del 1895 al Teatro Reinach di Parma, dove figura come direttore del coro. Il nome con cui Puccini si rivolge a lui — Carissimo Gerbelli — e il tono confidenziale dell’intera lettera fanno pensare a una persona di fiducia, qualcuno con cui il compositore intratteneva rapporti diretti e su cui poteva contare per curare i dettagli esecutivi. Nel sistema teatrale ottocentesco, la figura dell’impresario era cruciale: era lui a scritturare i cantanti, a organizzare le prove, a mediare tra il compositore lontano — spesso assente dalle recite in tournée — e il palcoscenico reale. Puccini lo sapeva bene, e si affidava a lui con un misto di stima e preoccupazione.

La trascrizione della lettera

Ecco il testo completo della lettera, nell’ordine delle tre pagine (non tutte le parti sono perfettamente leggibili):

Carissimo Gerbelli,

Tanto grazie della tua gentile lettera. Speriamo bene ma temo molto a Parma! È la città intelligente molto ma più morose, oppresso — non so che insieme avrò e che esecuzione sarà — tu, intanto, mi sei una parte principale e mi basti per impegnarmi a farmi pensar bene. Bada che il finale primo è il nuovo: l’ultima ripresa a tempo…

[…] musica a voi tutti. Tempo e ritmo e deve essere una ripartita armoniosa, alta sul principio e decrescendo di nuovo diminuendo di forza. Il corteo precedente deve essere eseguito con la massima finezza: devono preponderare i soprani. Di sceglierli di voce la più argentina — devono cantarlo con la bocca atteggiata al riso, così si otterrà una giovane e fresca impressione.

Per l’orchestra si pensa poco perché Parma è sempre stata fortuna in ciò — il tuo direttore è il mio bravissimo amico Conti e anche ne ero più tranquillo. Speriamo che l’impresa abbia scritturato gli elementi migliori e gli artisti adatti! Ti farò grato le — a suo tempo mi informerò delle prove. In quanto a venire, che io possa stanco d’accorrer dietro ai miei lavori… Una Parma potrebbe rendermi a onorarmi, sentito a colla mille auguri e saluti del tuo [aff.mo]

Milano — G. Puccini 23 / 12. 94

Puccini regista a distanza

Quello che colpisce di questa lettera non è soltanto la sincerità delle preoccupazioni — “temo molto a Parma!” è una confessione sorprendente per un compositore di successo — ma la precisione delle istruzioni musicali che Puccini impartisce a distanza. La seconda pagina è un vero e proprio appunto di regia sonora: il corteo deve essere eseguito “con la massima finezza”, i soprani devono essere scelti per la voce “la più argentina”, devono cantare “con la bocca atteggiata al riso” per ottenere “una giovane e fresca impressione”. Il finale del primo atto, precisa, è “il nuovo” — quasi a ricordare a Gerbelli che non si tratti della versione precedente della partitura. Era una pratica comune per Puccini intervenire sulle sue opere anche dopo la prima, correggendo, tagliando, riscrivendo.

Questo atteggiamento — il compositore che segue il destino della sua opera da lontano attraverso lettere dettagliate — è uno dei tratti più caratteristici del teatro musicale ottocentesco. Non esisteva la regia nel senso moderno: le indicazioni arrivavano per lettera, e l’impresario era l’anello di congiunzione tra la volontà creativa del compositore e la realtà del palcoscenico.

Il timore del pubblico parmigiano

La frase più rivelatrice della lettera è la prima: “Speriamo bene ma temo molto a Parma!” Puccini, che a questa data ha già alle spalle il successo di Manon Lescaut e sta lavorando a La Bohème, teme il giudizio di una piazza provinciale più di quanto non tema quello delle grandi capitali. Il motivo è noto a chiunque conosca la storia dell’opera italiana: il pubblico parmigiano è notoriamente tra i più esigenti e capaci d’Italia, quello che fischia senza remore e che applaude solo quando è convinto. Non a caso Puccini cerca una rassicurazione nell’orchestra — “Parma è sempre stata fortuna in ciò” — e soprattutto nel direttore, che identifica come “il mio bravissimo amico Conti“: una garanzia personale, un volto noto, in una città altrimenti imprevedibile.

Quella preoccupazione, leggibile oggi in questa lettera autografa conservata a New York, ci ricorda che la storia dell’opera non è fatta solo di trionfi e prime memorabili, ma anche di ansie private, di lettere spedite la vigilia di Natale, di un compositore che scrive da Via Solferino a un impresario di provincia sperando che tutto vada bene.

La lettera è consultabile gratuitamente sul portale NYPL Digital Collections.

Nel blog, per chi fosse interessato, ho scritto anche della corrispondenza, preziosissima e disponibile nel medesimo archivio, tra il compositore italiano Giacomo Puccini e il Direttore Arturo Toscanini.

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