Il 26 maggio 2026 cade il centenario della nascita di Miles Davis, uno dei musicisti più rivoluzionari del Novecento. Per celebrare questa ricorrenza, Rai Radio 3 ha prodotto Qualcosa di Miles, un podcast in tre puntate scritto e narrato dal trombettista Paolo Fresu, disponibile in streaming su RaiPlay Sound. Non si tratta di una semplice biografia sonora: è un viaggio personale, intimo e appassionato in cui Fresu intreccia la propria storia di musicista con quella del grande jazzista americano, tracciando un ritratto a tutto tondo che va ben oltre le note. In fondo all’articolo il link per ascoltare il podcast.
Chi è Paolo Fresu: il trombettista sardo che ha imparato dal silenzio di Miles
Paolo Fresu è uno dei trombettisti jazz più apprezzati e riconoscibili della scena internazionale. Nato nel 1961 a Berchidda, piccolo paese della Sardegna, ha intrapreso lo studio della tromba da bambino grazie alla banda del paese, sviluppando nel tempo un suono personalissimo, sospeso tra lirismo mediterraneo e improvvisazione jazz. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di ogni genere, attraversando il jazz acustico, la musica elettronica, la world music e la classica contemporanea, affermandosi come una delle voci più originali del panorama europeo. Fondatore del Time in Jazz Festival di Berchidda, è anche un divulgatore appassionato: in Qualcosa di Miles dimostra di saper raccontare la musica con la stessa profondità con cui la suona.
Miles Davis: l’architetto del jazz che non si è mai accontentato
Miles Dewey Davis III nacque il 26 maggio 1926 a Alton, nell’Illinois, e morì nel 1991 lasciando un’eredità musicale senza paragoni. Cresciuto tra il Mississippi e St. Louis, città storicamente fertile per i trombettisti jazz, Davis si trasferì a New York nel 1944 con un unico obiettivo: trovare Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Da quel momento la sua carriera fu una successione ininterrotta di rivoluzioni: il cool jazz, il jazz modale, il jazz-rock, la fusion. A differenza di molti suoi contemporanei, Miles non si limitò mai a consolidare quanto conquistato, ma si rimise costantemente in discussione, metabolizzando influenze esterne e proiettandole verso orizzonti inediti. La sua autobiografia, edita in Italia da Minimum Fax, è un documento straordinario che restituisce la complessità di un uomo orgoglioso, visionario e profondamente radicato nella propria identità afroamericana.
Prima puntata: le origini, la tromba e la scoperta del jazz
La prima puntata di Qualcosa di Miles è una doppia storia di formazione: quella di Miles Davis e quella dello stesso Paolo Fresu. Il trombettista sardo racconta come, nel 1979, un amico pianista gli consegnò una cassetta con una versione di Autumn Leaves registrata dal vivo da Davis nel 1963 al festival di Juan-les-Pins, in Francia. Fresu, che conosceva il brano come una canzone da ballo, non riconobbe il tema: Miles lo aveva trasformato in modo così radicale, con la sordina e un’idea melodica lunare, da renderlo irriconoscibile. Fu quella l’illuminazione: capì che il jazz era una musica capace di prendere qualcosa di apparentemente semplice e trasformarlo in qualcosa di completamente nuovo.
In parallelo, la puntata percorre la giovinezza di Davis attraverso le sue stesse parole, tratte dall’autobiografia. Il primo ricordo musicale: una festa in cantina con i genitori pastori, lui che suona un’armonica a bocca e gli adulti che ballano. Poi la tromba di famiglia, usata e arrugginita, conservata in una custodia di legno foderata di velluto rosso, con quell’odore acre dell’olio dei pistoni che Fresu definisce la propria risposta alla domanda “cos’è per te la musica”. Il podcast si sofferma poi sul bebop e sull’arrivo di Miles a New York, dove cercò per settimane Charlie Parker prima di riuscire a suonare con lui: un’esperienza che segnò l’inizio di una carriera folgorante.
Prima puntata: il suono come carta d’identità
Un tema centrale della prima puntata è il concetto di suono personale. Fresu descrive le settimane passate ad ascoltare in loop ‘Round Midnight nella versione del 1957, cercando di capire come Miles riuscisse a ottenere una sonorità così scura, profonda e carica di significati. Comprò la stessa sordina, si procurò un microfono, ma non ottenne mai lo stesso risultato: il suono di Davis era irripetibile perché era la sua carta d’identità, il modo in cui quell’uomo metteva il mondo in musica. Il podcast esplora il legame fisico e spirituale tra tromba e voce: come per cantare vibrano le corde vocali, per la tromba vibrano le labbra, ma entrambe necessitano di un canto interiore che le guidi. Una riflessione che illumina perché la tromba sia lo strumento per eccellenza del jazz.
Seconda puntata: Kind of Blue e la rivoluzione della semplicità
Kind of Blue, registrato a New York nel 1959 in due sessioni (marzo e aprile) presso lo studio della Columbia — una grande chiesa sconsacrata sulla Trentesima Strada — è al centro della seconda puntata. Il disco, pubblicato il 17 agosto dello stesso anno, è ancora oggi uno dei dischi jazz più venduti e ascoltati della storia. Fresu lo scoprì agli inizi degli anni Ottanta, durante i seminari jazz di Siena, dove i musicisti suonavano spesso So What, il brano che apre il disco. La rivoluzione di Kind of Blue stava nella sua apparente semplicità: invece di lavorare su strutture armoniche complesse come nel bebop, Davis costruì l’intero album sulla musica modale, con pochissimi accordi su cui improvvisare. So What, ad esempio, è basato su un unico accordo.
Fresu spiega con grande chiarezza il paradosso: suonare su un unico accordo non è più facile, è più difficile. Richiede una capacità di sintesi straordinaria, perché non puoi nasconderti dietro la varietà armonica. Devi scavare in profondità, dire qualcosa di vero con pochi elementi. Ed è esattamente ciò che ciascuno dei musicisti di quella formazione straordinaria fece: John Coltrane con il suo misticismo energico, Cannonball Adderley con la sua esuberanza, Bill Evans con la raffinatezza armonica, la sezione ritmica di Paul Chambers e Jimmy Cobb con uno swing travolgente. Il titolo stesso, kind of blue — “un po’ triste” — era una frase tipica di Davis, ma conteneva anche un richiamo sociale profondo: evocava la vita di una cantante gospel dell’Arkansas e, più in generale, l’esperienza della gente di colore in America.
Seconda puntata: Miles, lo spazio e l’arte del dire poco
La seconda puntata approfondisce anche un altro aspetto fondamentale della poetica di Davis: la filosofia del less is more. Fresu ricorda la celebre battuta di Miles di ritorno da un tour — Coltrane aveva fatto 50 chorus, Cannonball 25, lui soltanto 2 — come emblema di una visione precisa: il musicista esperto non suona tanto perché sa tutto, suona poco perché sa esattamente cosa dire e quando fermars. Era una architettura del silenzio, una capacità di sintesi che appartiene ai grandi. Il podcast racconta anche come Miles stesse trasformando il rapporto con il palcoscenico: non più il solista in primo piano davanti alla sezione ritmica, ma un musicista che si girava verso i propri colleghi, comunicava con gli occhi, cambiava brano a metà esecuzione con un cartello, dirigeva la musica in tempo reale in funzione degli umori del momento. Un modello che Fresu dice di aver fatto proprio nei suoi concerti.
Terza puntata: Bitches Brew e la musica come studio di produzione
La terza puntata porta il racconto verso la fase più elettrica e sperimentale della carriera di Davis, con un focus su Bitches Brew (1970) e Jack Johnson (1971). Qui entra in scena una figura decisiva: Teo Macero, produttore e musicista, che prese il materiale registrato da Miles — spesso totalmente improvvisato — e lo tagliò, incollò, riorganizzò, cambiando sequenze e strutture con le forbici sui nastri magnetici, in modo empirico ma visionario. Il risultato fu una musica che non assomigliava a nulla di esistente: Bitches Brew è un disco senza una forma definita, costruito in studio come se lo studio stesso fosse uno strumento. Davis, che non partecipava ai mixaggi, si fidava ciecamente di Macero: “fai tu, non ci sono problemi”.
Fresu racconta come Miles fosse in quegli anni profondamente affascinato da ciò che accadeva nella musica popolare americana. Artisti come Jimi Hendrix, pur avendo per Davis un’ammirazione enorme, vendevano molti più dischi e avevano un pubblico incomparabilmente più vasto. Miles non si accontentava di essere una pop star del jazz: voleva arrivare a quel pubblico, voleva essere ascoltato da chi non conosceva il jazz. La sua presenza al festival dell’Isola di Wight nel 1970 — dove suonò per mezz’ora senza mai fermarsi con il suo gruppo — fu un gesto coraggioso e simbolico. Alla fine, un organizzatore gli chiese come si chiamasse il pezzo. Davis uscì dal palco e rispose: “chiamalo come vuoi”.
Come ascoltare il podcast “Qualcosa di Miles”
Qualcosa di Miles — Paolo Fresu racconta Miles Davis è un podcast di Rai Radio 3, scritto da Paolo Fresu e realizzato con Daria Corrias e Antonia Tessitore, con la partecipazione di Michele Di Mauro e le letture di Maria Grazia Pompei. I testi delle letture sono tratti da Miles. L’autobiografia, edito da Minimum Fax con la traduzione di Marco Del Freo, e da Kind of Blue di Ashley Kahn, edito da Il Saggiatore. Il podcast è disponibile gratuitamente e in streaming su RaiPlay Sound. Tre puntate per riscoprire un gigante della musica del Novecento attraverso la voce e il cuore di chi, da quel gigante, ha imparato a suonare.


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