Control, il film di Anton Corbijn su Ian Curtis e i Joy Division

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Il 15 luglio scorso, del 2026 per chi leggesse a distanza questo articolo, Ian Curtis, leader e cantante dei Joy Division, avrebbe compiuto settant’anni. Allora non è forse casuale che una piattaforma come Mubi abbia deciso di rendere disponibile il film che più di tutti ne celebra la sua arte, ma forse ancora di più la persona, espressa nell’arco di una breve ma intensa vita.

Il film in questione è Control di Anton Corbijn, regista olandese che ha improntato la propria carriera all’insegna di importanti collaborazioni con grandi nomi della musica pop e rock, soprattutto in qualità di fotografo. Tra le prime band immortalate dal suo obiettivo, vi sono proprio i Joy Division.

Anche per me i Joy Division rappresentano una “prima volta” visto che nei lontani anni Novanta, su una bancarella di non so dove, acquistai un CD usato ma ancora confezionato di un gruppo denominato Warsaw. L’album si chiamava anch’esso, e semplicemente, Warsaw. Soltanto anni dopo scoprii che in realtà erano le origini dei Joy Division prima che decidessero per il cambio di nome. A quel tempo internet non esisteva e reperire le informazioni non era così semplice.

L’album non mi piacque subito, anche per via di una registrazione in stile demo. Tant’è che all’inizio pensai di aver acquistato una pubblicazione di un qualche gruppo emergente. Eppure, da lì a poco mi iniziai a interessare al filone punk, e riscoprire quella musica fu un percorso quasi naturale.

Ecco, grazie a questo film, oggi non solo è possibile conoscere la storia dei Joy Division ma soprattutto l’esistenza di un artista – Ian Curtis – che ha ispirato gli adolescenti degli anni Ottanta, entrando anch’egli tra i miti della musica accanto a Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplin, giusto per citare gli storici. Buona visione con il link a fine articolo.

Anton Corbijn regista: dalla fotografia ai videoclip musicali

Prima di essere un regista, Anton Corbijn è stato per decenni uno degli occhi più riconoscibili della musica pop e rock. Nato a Strijen, nei Paesi Bassi, nel 1955, si trasferisce a Londra nel 1979 per seguire la scena musicale del momento e, nel giro di pochi giorni, riesce già a fotografare i Joy Division. Diventa fotografo per la rivista NME e costruisce un immaginario in bianco e nero, granuloso e malinconico, che finirà per definire l’immagine di band come U2 e Depeche Mode, di cui è stato a lungo il vero direttore artistico visivo.

Dai primi anni Ottanta Corbijn è tra i primi fotografi a passare alla regia di videoclip, arrivando a firmarne oltre ottanta. Tra i più celebri ci sono Enjoy the Silence dei Depeche Mode, One degli U2, Atmosphere degli stessi Joy Division e soprattutto Heart-Shaped Box dei Nirvana, che gli vale un MTV Video Music Award nel 1994. È da questo lungo apprendistato per immagini che nasce il suo cinema: Control nel 2007, seguito poi da The American (2010) con George Clooney, A Most Wanted Man (2014), Life (2015) sul fotografo Dennis Stock e James Dean, e più recentemente il documentario Squaring the Circle sullo studio grafico Hipgnosis. Control, in questo percorso, non è un debutto casuale ma il naturale sbocco di un legame decennale con i Joy Division.

Ian Curtis, la voce dei Joy Division

Al centro del film c’è Ian Curtis, nato a Stretford il 15 luglio 1956 e cresciuto a Macclesfield, cittadina a sud di Manchester. Sposatosi giovanissimo con Deborah, padre a poco più di vent’anni, Curtis vive una vita apparentemente ordinaria che entra in rotta di collisione con l’ascesa della band. A complicare tutto arrivano l’epilessia, con crisi sempre più frequenti, e una depressione profonda che il film racconta senza filtri consolatori.

La sua presenza scenica, fatta di gesti spigolosi e di una danza nervosa che ricordava da vicino le sue stesse convulsioni, lo rende un frontman irripetibile. Ma quella tensione tra il ragazzo di provincia e l’artista in ascesa, aggravata dal fallimento del matrimonio dopo la relazione con la giornalista belga Annik Honoré, lo porta a un punto di non ritorno. Dopo un primo tentativo di togliersi la vita nell’aprile del 1980, Ian Curtis muore suicida nelle prime ore del 18 maggio 1980, nella sua casa di Macclesfield, alla vigilia della partenza per il primo tour americano dei Joy Division. Aveva 23 anni. Quella stessa notte, raccontano le cronache, aveva guardato il film Stroszek di Werner Herzog e ascoltato The Idiot di Iggy Pop. È questa parabola intima, più che la cronaca della band, il vero cuore del film.

I Joy Division e la loro storia

Per capire Control serve conoscere i Joy Division. La band nasce a Manchester sulla scia dell’esplosione punk, dopo il celebre concerto dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall del 1976 che ispirò un’intera generazione di musicisti. Trova la sua strada grazie all’incontro con Tony Wilson e la sua etichetta, la Factory Records. Nel 1979 esce Unknown Pleasures, album dal suono cupo, spazioso e innovativo, che diventa uno dei dischi più influenti del suo decennio.

La storia dei Joy Division si interrompe bruscamente con la morte di Curtis, ma non finisce lì: i tre membri superstiti, Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, danno vita ai New Order, destinati a diventare a loro volta protagonisti della musica degli anni Ottanta. Nel film questo passaggio resta sullo sfondo, ma la sua presenza si avverte in ogni scena.

Da Warsaw a Joy Division: il significato del nome

Prima di chiamarsi Joy Division, la band cambiò nome più di una volta. Nata subito dopo il concerto dei Sex Pistols, all’inizio venne battezzata Stiff Kittens, un nome mai amato dai membri e presto abbandonato. Il gruppo scelse quindi Warsaw, ispirandosi al brano Warszawa contenuto nell’album Low di David Bowie. All’inizio del 1978, però, per evitare confusione con la band punk londinese Warsaw Pakt, arrivò il cambio definitivo in Joy Division. Dopo la morte di Curtis, come detto, gli stessi musicisti avrebbero adottato un quarto nome, New Order.

Il significato di “Joy Division” è tutt’altro che gioioso, nonostante l’apparenza. Il nome è tratto dal romanzo House of Dolls (1955) dello scrittore Ka-tzetnik 135633, pseudonimo di Yehiel De-Nur, sopravvissuto alla Shoah. Nel libro l’espressione “Joy Division” (in tedesco Freudenabteilung) indicava i reparti dei campi di concentramento nazisti in cui alcune donne venivano ridotte in schiavitù sessuale a beneficio dei soldati. Va detto che gli storici discutono ancora sull’effettiva estensione di questo fenomeno, in parte romanzato dall’autore, ma il senso della fonte è chiaro: un’opera scritta da una vittima del nazismo, non certo una sua celebrazione.

I Joy Division erano nazisti? La controversia sulle immagini

La scelta di un nome così carico, unita ad alcune scelte iconografiche, alimentò fin dall’inizio il sospetto che la band avesse simpatie naziste. Il primo EP, An Ideal for Living (1978), aveva una copertina disegnata da Bernard Sumner che raffigurava un membro della Gioventù hitleriana intento a suonare un tamburo; all’interno compariva la celebre fotografia del bambino del ghetto di Varsavia con le mani alzate, mentre il brano Warsaw faceva riferimento alla figura del gerarca nazista Rudolf Hess. A rafforzare i sospetti contribuiva anche la presenza di skinhead ad alcuni concerti.

L’accostamento, però, è storicamente spiegabile ma sostanzialmente scorretto come accusa di adesione ideologica. La fonte del nome, come visto, era un romanzo dichiaratamente antinazista scritto da un sopravvissuto. E l’uso di quelle immagini va letto nel contesto di una band cresciuta nell’Inghilterra post-industriale, che utilizzava simboli disturbanti in chiave provocatoria e di denuncia, per costringere lo spettatore a confrontarsi con gli orrori del Novecento e con il senso di decadenza dell’epoca. I Joy Division, in altre parole, non erano nazisti: la loro era una forma di provocazione culturale, non di propaganda politica.

Il post-punk e il contesto musicale dell’Inghilterra di fine anni Settanta

Control è anche il ritratto di un’epoca. L’Inghilterra di fine anni Settanta è un paese post-industriale, segnato dalla crisi, e Manchester ne è una delle capitali più grigie e vitali insieme. È il momento in cui il punk, esaurita la sua carica iniziale, si trasforma in qualcosa di più cupo e introspettivo: il post-punk, di cui i Joy Division diventano uno dei simboli assoluti.

Il film restituisce bene questo clima, anche attraverso i riferimenti musicali del giovane Curtis, cresciuto ascoltando David Bowie e Iggy Pop. La scelta del bianco e nero non è solo estetica: serve a immergere lo spettatore in quella luce fredda e in quella provincia inglese dai contorni sfumati, dove la musica diventava una via di fuga.

Control: trama, stile visivo e dettagli tecnici

La trama segue Ian Curtis dagli anni della scuola fino alla morte, passando per il matrimonio con Deborah, la nascita della figlia, l’ascesa della band, la relazione con Annik Honoré e l’aggravarsi della malattia. È un racconto lineare ma mai didascalico, costruito per accumulo di dettagli quotidiani più che di eventi spettacolari.

Sul piano tecnico Control riserva diverse curiosità. Il film è stato girato a colori e poi stampato in bianco e nero, per ottenere quella grana particolare cara a Corbijn. Le riprese si sono svolte nei luoghi reali della vicenda, tra Nottingham, Manchester e Macclesfield. Il titolo viene dal brano She’s Lost Control dei Joy Division. La sceneggiatura di Matt Greenhalgh è tratta dal memoir Touching from a Distance, scritto dalla vedova Deborah Curtis, che ha partecipato al film come co-produttrice insieme a Tony Wilson. Da segnalare anche che tutte le esibizioni dal vivo sono eseguite direttamente dagli attori, e che per il ruolo di Curtis Corbijn ha scelto un allora quasi sconosciuto Sam Riley, preferendolo a nomi già affermati.

Premi e riconoscimenti

Nonostante il budget contenuto e la natura indipendente, Control ha raccolto un numero notevole di premi. La sua prima mondiale avviene al Festival di Cannes 2007, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, dove conquista il Regards Jeunes Prize e il Label Europa Cinemas, oltre a una menzione per la Caméra d’Or dedicata alle opere prime.

Il riconoscimento più corposo arriva però dai British Independent Film Awards, dove il film vince cinque premi, tra cui miglior film e miglior regia per Corbijn, oltre ai riconoscimenti per gli attori. A questi si aggiungono ulteriori premi in festival e rassegne internazionali, che hanno consacrato Control come uno dei migliori biopic musicali del suo periodo.

La colonna sonora di Control

Trattandosi di un film sulla musica, la colonna sonora ha un ruolo centrale. I brani strumentali incidentali sono stati composti dai New Order, ovvero i tre ex Joy Division, in un gesto che chiude simbolicamente il cerchio. Per il resto, il film alterna materiale d’epoca e reinterpretazioni: i The Killers firmano una cover di Shadowplay, mentre Transmission viene eseguita dagli stessi attori del film.

A completare il paesaggio sonoro ci sono i brani degli anni Settanta che hanno formato Curtis e la sua generazione, da David Bowie a Iggy Pop, che contribuiscono a ricostruire l’immaginario musicale dell’epoca. Il risultato è una colonna sonora che non si limita ad accompagnare le immagini, ma diventa parte integrante del racconto.

Dove vedere Control

Oggi Control è disponibile in streaming su MUBI, la piattaforma dedicata al cinema d’autore, che lo propone all’interno del suo catalogo: mubi.com/it/it/films/control. Rivederlo oggi significa riscoprire non solo la storia di Ian Curtis, ma anche l’incontro tra due linguaggi, il cinema e la musica, tenuti insieme dallo sguardo di un autore che quella storia l’aveva già vissuta da vicino.

Se invece desideri continuare a esplorare recensioni su film e colonne sonore, allora ti consiglio di controllare la categoria Colonne Sonore dove troverai una raccolta di diversi articoli.

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